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GENNAIO
2006: due grandi libri di attualità

ARIANNA EDITRICE
Marco Cedolin
TAV
IN VAL DI SUSA
Un
buio tunnel nella democrazia
Pagg.
120 Euro 10,50
I
progetti, i costi e i benefici della costruzione delle linee ferroviarie
per i treni ad Alta Velocità/Capacità, una serie di
opere faraoniche che sono inutili dal punto di vista economico,
ecologico e strategico. Per sostenere tali opere la collettività
sarà costretta a pagare oltre 2 miliardi di euro ogni anno
almeno fino al 2040, impegnando in questo modo i nostri figli e
nipoti a una serie di sacrifici che, con tutta probabilità,
non saranno in grado di sostenere. Il progetto della linea ad Alta
Velocità/Capacità Torino Lione ha suscitato
una mobilitazione locale e popolare contro la TAV, che va oltre
i confini nazionali. Portata avanti dagli abitanti della Valle di
Susa, stanno riscoprendo come il bene comune sia composto da tutti
noi e non debba mai somigliare ad unentità statuale
astratta che si muove sopra le nostre teste, decidendo il nostro
futuro senza prima averci neppure interpellati. Abitanti che sono
riusciti a mettere in crisi lintero sistema politico italiano
con la sola forza dellesercizio del libero pensiero e della
partecipazione, nonostante i mass media, asserviti ai grandi poteri
politici e finanziari, che tentano di plasmare la realtà
a loro piacimento nel tentativo di creare necessità e bisogni
fittizi che siano funzionali al perseguimento degli interessi tecnocratici.
E oramai chiaro che la democrazia rappresentativa è una procedura
anonima che tiene insieme politica, finanza e grande imprenditoria,
fino a creare un mostro che fagocita senza pietà tutto ciò
che incontra sulla propria strada. In controtendenza, la democrazia
partecipata e le Municipalità sono lunica risposta
funzionale ad un nuovo modello di sviluppo che tenga conto dellesigenza
imprescindibile di riscoprire valori quali la qualità della
vita e larmonizzazione del rapporto delluomo con il
proprio territorio.
Prefazione di Massimo Fini. Una rivolta legittima e localista
Quella
della Val di Susa non è una rivolta ecologista. È
una rivolta localista, antiglobalista, antimodernista . Può
anche essere che la Tav non abbia quell'impatto ambientale che molti
temono. Ma il punto non è questo, non è più
questo. È che la gente si è stufata di vedersi passare
sopra la testa decisioni che, oltre a toglierle i propri tradizionali
punti di riferimento, arricchiscono in astratto la Nazione, ma impoveriscono
in concreto le persone, dal punto di vista esistenziale ma, da qualche
anno, a causa della globalizzazione, cioè della spietata
competizione fra Stati, anche da quello economico. E non ha nessuna
intenzione di "mettersi il cuore in pace". Quel che interessa,
in Val di Susa come altrove, non è collegarsi sempre più
velocemente col mondo intero, ma avere una vita più semplice,
più serena, più equilibrata, più coesa, più
umana, anche se, eventualmente, più povera. Poco importa
che la sinistra, che a suo tempo ha approvato la Tav, ora cerchi
di strumentalizzare la situazione. Perché la rivolta della
gente della Val di Susa è contro le oligarchie politiche,
tanto della destra che della sinistra, e quelle economiche, che
sono le uniche a trarre sicuramente dei vantaggi da un'opera colossale
come la Tav. Ed è completamente fuori strada il Governo quando
addebita la rivolta agli "anarchici insurrezionalisti".
Non si può delegittimare una rivolta che vede uniti sindaci
e assessori di ogni colore politico, parroci, operai, impiegati,
pensionati, donne, casalinghe, ragazzi, cioè l'intera Val
di Susa, con argomenti alla Bush. Quella della Val di Susa è
una rivolta antimodernista. È significativo che questa gente,
fino a ieri pacifica e ubbidiente, abbia scelto, per chiamarsi a
raccolta, uno strumento antico come le campane delle chiese. Si
vuole tornare alle dimensioni del villaggio, a comunità più
piccole, più controllabili dove le persone abbiano almeno
l'impressione di decidere da sé il proprio destino. Dice:
ma l'interesse nazionale? In un mondo globalizzato non esistono
più interessi nazionali ma solo lontanissimi interessi globali
ai quali i primi sono subordinati. Inoltre, come ho cercato di spiegare
in un paio di articoli, l'Occidente, con gli attacchi alla Jugoslavia
e all'Iraq, ha commesso il formidabile errore di abbattere il principio
di sovranità nazionale abbattendo però, con esso,
anche quello di appartenenza nazionale. Se esistono valori sovranazionali
superiori a quelli nazionali ciò vale sia nel grande che
nel piccolo, cioè nel locale. Quando le scrivevo sembravano
cose teoriche, lontane, la rivolta della Val di Susa ne è
invece una prima concretizzazione. Del resto doveva essere evidente
anche ai "padroni del vapore" che una globalizzazione
così spinta avrebbe provocato, come reazione, una localizzazione
altrettanto spinta, alla ricerca di identità e di radici
che stiamo perdendo. Val di Susa emblematizza lo scontro dei decenni
a venire. Che non sarà più fra un liberalismo trionfante
e un marxismo morente, fra Destra e Sinistra, ma fra modernisti
e antimodernisti. Fra élites, politiche, economiche e intellettuali,
ancora convinte della bontà dello Sviluppo avviatosi con
la Rivoluzione industriale, e razionalizzato dall'Illuminismo, e
le popolazioni esasperate, del Primo e di ogni mondo, che han finito
di credere alla bella favola della Modernità.
INDICE
Prefazione di Massimo Fini. Una rivolta legittima e localista
Introduzione
LA STORIA
La storia della TAV in Valle di Susa
GLI ULTIMI MESI
La battaglia del seghino
Lo sciopero
Le notti di Venaus
La reazione della Valle
LE
RAGIONI DEL SISTEMA TAV
La motivazione ecologica
La motivazione occupazionale
Motivazioni economiche della nuova linea alta velocità/capacità
Torino Lione
Il corridoio 5
I traffici commerciali
Alternativa della linea storica
La situazione attuale delle ferrovie italiane
ECOLOGIA
La
Valle di Susa
Problemi idrogeologici
Materiali di risulta
Lamianto
Luranio
Il radon
Le olimpiadi
POLITICA
Politica
e democrazia rappresentativa
I
media
Politica
e grandi poteri
Le grandi imprese
La
democrazia partecipata
CRESCITA
E DECRESCITA
La
Crescita infinita
Decrescita
e futuro
I
PROSSIMI MESI
Scanzano
e le scorie nucleari
Gli
operai dei Melfi
Acerra e linceneritore
Forlì
e gli inceneritori
Tanti
ciottoli uniti formano una strada
*************

MACRO
EDIZIONI
Roberto
Bosio
I
GIOCHI DEL POTERE
Gli abusi e la corruzione della multinazionale dei cinque cerchi.
Con 3 capitoli dedicati a Torino 2006
Pagg.
128 Euro 9,80
Cosa
si nasconde dietro alla Bandiera dai 5 anelli? Come mai una manifestazione
che auspica la pace fra i popoli, il rispetto dell'ambiente e dei
diritti umani è sponsorizzata da multinazionali che violano
costantemente tutti questi princìpi? L'autore, dopo accurate
indagini, svela i retroscena di quella che, in tutto e per tutto,
si rivelerà come una vera e propria multinazionale, disposta
a corrompere e ad andare contro i princìpi etici pur di vendere
al meglio il proprio prodotto: le Olimpiadi. Attraverso le pagine
di questo libro scoprirete infatti come, ai nostri giorni, le Olimpiadi
non siano un'opportunità di crescita e di guadagno per la
popolazione che le ospita, bensì soltanto un vantaggio economico
delle multinazionali e dei grandi gruppi industriali che agiscono
a spese del singolo cittadino, attraverso tasse più onerose,
disagi, devastazione del territorio. Ampio spazio è dedicato
alle olimpiadi di Torino 2006 e leggendo scoprirete: chi si avvantaggia
realmente; chi ci perde; quali sprechi si stanno facendo, quali
scempi ambientali e quali pericoli si nascondono dietro la costruzione
delle strutture.. e tante altre informazioni che difficilmente vi
giungeranno all'orecchio dall'informazione "ufficiale".
Tratto
dalla rivista Il/La Consapevole n.5 Gennaio-Febbraio 2006
"Consumismo
Olimpionico di Torino 2006"
Giochi
sponsorizzati dalle armate multinazionali Eastman Kodak e General
Electric
di
Roberto Bosio
Le
olimpiadi di Torino 2006 sono vicine. Ma quanto ci costano? Difficile
dirlo. Nel 1998, il Governo Italiano si era impegnato a spendere
1.091 miliardi delle vecchie lire, che erano diventati oltre 2.000
alla fine del 2002. Ora siamo arrivati a superare i 2 miliardi di
euro. Per fare qualche paragone, questi soldi rappresentano più
del 10% della manovra finanziaria 2004. E probabilmente il bilancio
consuntivo sarà ancora più pesante. Alla vigilia dei
Giochi di Atene la fattura aveva raggiunto la cifra record di 6
miliardi, diventati 9 un anno dopo - come ha ammesso il ministro
delle finanze greco.
Care
eredità e soldi spesi male
Torino dopo le olimpiadi erediterà un palasport per l'hockey
(costo 86,82 milioni di euro), un palasport per il pattinaggio di
velocità (costo 62,13 milioni di euro), uno stadio del ghiaccio
(costo 47,46 milioni di euro) ottenuto dalla ristrutturazione dello
storico "Palazzo a vela", e due palaghiaccio (costo 22
milioni di euro). Tutte queste strutture andranno mantenute al costo
di alcuni milioni di euro all'anno, in una città dove sorgono
già: l'enorme area del Lingotto Fiere, lo stadio delle Alpi
e il Comunale, il palasport Ruffini, il Palamazda, e l'enorme, inutilizzato
Palazzo del Lavoro. L'impianto per bob, slittino e skeleton di Cesana
Torinese (costo 61,45 milioni di euro), secondo le stime del sindaco,
dovrebbe avere un costo di gestione di circa 300.000 euro l'anno
(in un bilancio comunale di circa 2 milioni di euro), mentre i trampolini
per il salto di Pragelato (costo 34,28 milioni di euro) sono stati
costruiti in un'area che ricade all'interno (e a ridosso) di aree
protette. E così ai deficit di gestione dell'impianto - difficile
pensare diversamente, visto che questo sport viene praticato solo
in tre regioni dell'Italia orientale - bisognerà aggiungere
i danni per i turisti verdi allontanati dalla vista del fianco di
un bosco reso irriconoscibile da colate di calcestruzzo.
Buoni
consigli non seguiti
Anche da un punto di vista economico sarebbe stato saggio seguire
i consigli delle organizzazioni ambientali, che già nel 1999
dicevano che "gli eventuali nuovi impianti" dovevano essere
"progettati prioritariamente come strutture temporanee, che
permettano e garantiscano il ripristino dell'habitat". Qualche
esempio in passato avrebbe potuto servire da modello. A Lillehammer,
ad esempio, è stato costruito un villaggio olimpico provvisorio
consistente in 200 chalet di legno. Oppure si potevano localizzare
queste gare negli impianti fatti per i giochi di Albertville - com'era
stato chiesto da più parti. Bastava ammodernarli per avere
le gare a 200 chilometri da Torino, in pieno spirito europeo, e
nel solco nel tradizionale legame tra Torino e la Savoia (del resto
Torino non era forse la capitale della Savoia fino al 1859?).
I
"vincitori" di Torino 2006
Comunque vadano, c'è già chi ha vinto i suoi Giochi.
Come il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), l'associazione privata
che detiene tutti i diritti relativi alle Olimpiadi (compreso il
simbolo dei cinque cerchi). La vendita dei diritti di trasmissione
per Torino 2006 frutterà 833 milioni di dollari - contro
i 1.476 milioni di dollari di Atene 2004. Un altro imponente fiume
di denaro viene dal programma TOP: 11 multinazionali, in cambio
del titolo di sponsor olimpici ufficiali, hanno pagato, nel triennio
2001-2004, 603 milioni di dollari. Il CIO non si è mai chiesto
se questo fiume di denaro provenisse da attività che fossero
in accordo con i valori di pace, fratellanza, dignità umana
e rispetto dell'ambiente, così spesso sbandierati dal movimento
olimpico. Per questo tra gli sponsor dei Giochi troviamo la General
Electric, che da mezzo secolo arma la "difesa" americana
e ha un notevole giro d'affari per la "ricostruzione"
dell'Iraq: stando a quanto dichiarato dal portavoce della società
potrebbe arrivare ai 3 miliardi di dollari. E la General Electric
è in buona compagnia. La Eastman Kodak appare nell'elenco
di 150 industrie che hanno contribuito ai programmi militari iracheni
durante il governo di Saddam Hussein, ed è la principale
responsabile dell'emissione di diossine e di altre sostanze inquinanti
dello stato di New York. La Chevron-Texaco è al centro di
un disastro ambientale devastante. Tra il 1964 ed il 1992, una sua
filiale ha devastato la città di confine di Lago Agrio e
le aree circostanti nei pressi dell'Amazzonia ecuadoriana, riversando
oltre 85 miliardi di litri di rifiuti altamente tossici in un'area
di oltre 2.000 miglia quadrate. Tra i vincitori ci sono anche quelli
che chiudono le fabbriche e riescono a trovare nuovi utilizzi "produttivi"
per aree industriali dismesse - grazie alle risorse pubbliche -,
com'è avvenuto per il cosiddetto "Distretto Olimpico",
una vastissima area vicina al Lingotto. O le imprese che hanno costruito
gli impianti e le infrastrutture olimpiche.
Gli
"sconfitti" di Torino 2006
Chi ci perde sono invece le 40.000 famiglie a rischio povertà,
e le 2.000 in grave disagio che abitano a Torino e nella sua cintura.
L'aumento del debito pubblico causato dai Giochi potrà influire
pesantemente sulla spesa pubblica in campo sociale. Domani ci saranno
i soldi per le domande comunali di contributi per l'affitto (in
quattro anni sono triplicate, passando da circa 3.800 a oltre 13.000)?
Quali risposte si potranno dare alla crescita degli sfratti per
morosità (hanno superato la soglia dei 700 al mese), al crescente
consumo di antidepressivi e ansiolitici, o più in generale
alla povertà, aumentata del 33% in 4 anni? Quanta parte delle
magre risorse dei poveri finirà per essere sottratta dall'aumento
delle tasse che servirà a pagare le Olimpiadi? E poi gli
investimenti realizzati in zone così limitate hanno un forte
impatto sul mercato immobiliare. Come a Barcellona - dove i costi
delle abitazioni nuove e di quelle già esistenti sono cresciuti,
tra il 1986 ed il 1992, rispettivamente del 240 e del 267% -, anche
a Torino comprare o affittare una casa è diventato un affare
difficile per chi non ha solide disponibilità finanziarie.
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